...per la finzione di uno scorcio urbano

 
 
     
Pietro Dente è un artista affascinato dai panorami urbani delle grandi metropoli, che trasfigura in territori dell’immaginazione. Le sue opere pittoriche, su tela e plexiglas o plastica, sono cromaticamente complesse, e sfruttano le trasparenze, i giochi di luce e la percezione che i materiali sollecitano. Il plexiglas è, come sostiene il giovane artista, una sorta di aria materica, in sintonia con l’atmosfera delle vedute urbane, ma anche un’allusione all’inganno in cui si può cadere con i sensi. La tela sottostante, il piano nascosto, rappresenta invece qualcosa di misterioso perché gli piace pensare che tra i solchi del fondo, graffiato prepotentemente, si nasconda il senso, il codice, a cui raramente la comprensione riesce ad arrivare. La decisione di porre sulla tela una lastra di plexiglas crea intriganti effetti ottici, rapporti di contrapposizione e sovrapposizione, con risultati variamente interpretabili, visioni differenti a seconda dei punti di vista.
L’impiego stesso di varie tecniche, capaci di far interagire pittura, grafica e fotografia, rivela il percorso di una ricerca che spazia dal reale all’immaginario, con interessanti intrecci di luce e colore, bidimensionalità e plasticità, realtà e fantasia. Nel contesto espressivo il colore, forte e intenso, diventa elemento fondante e dal plexiglas acquisisce ulteriore luminosità e dinamismo.
L’opera si trasforma così in una sorta di visione, uno sguardo sulla complessità del mondo contemporaneo, sulle città intese come stato psicologico dei suoi invisibili abitanti, spazi di creazione o in continuo cambiamento. Luoghi in cui essere e divenire creano inquietanti stati emotivi, in bilico tra desiderio di serenità e manifesta, irrisolta inquietudine. Nel concetto del divenire si inserisce anche l’idea del creare. Ogni quadro di Pietro Dente ripercorre il concetto delle forme e della composizione.
Il catalogo delle forme è sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere, scriveva Italo Calvino. Le parole dello scrittore potrebbero diventare esplicative del lavoro del giovane artista padovano.
Nel mondo, all’interno di una dimensione futura e futuribile, nuove metropoli continuano a nascere, a volte su spazi già pianificati, talvolta quasi disordinatamente. Grandi metropoli sorgono in Messico, in Australia e in Medio Oriente, capaci, come afferma qualcuno, di far propri i criteri della rivoluzione digitale, in una specie di grandiosa Wikipedia urbana. La famosa enciclopedia libera, all’insegna del partecipato, digitale e aperto, può diventare il modello ideale per creare una città dal nulla. Una città su cui chiunque può intervenire. Città di cui sembra appropriarsi, e talvolta immaginificamente progettare, l’arte di Pietro Dente proiettata in una dimensione visionaria, a volte gioiosamente metafisica. Come avveniva per le colonie greche che nascevano dal nulla, con la differenza che il modello era quello della città d’origine. Se negli anni Sessanta Bernard Rudofsky parlava di architettura senza architetti, idealmente oggi Dente porta avanti una visione prometeica di un invisibile e teorico creatore di forme. O forse, come avveniva nel sistema aperto e democratico dell’antichità, la visione è quella del progetto ideale di cittadini che riversano sugli esiti formali delle architetture le loro aspettative e il loro senso collettivo, partecipato, di luoghi in cui vivere. Diventa accattivante pensare che queste sono le città colorate di Pietro Dente.


Maria Beatrice Rigobello Autizi