Aria dura per la finzione di uno scorcio urbano...oltre le opere

 
 
     

La serie "Aria dura per la finzione di uno scorcio urbano" nasce nel 2008 come risultato di una ricerca condotta, fino ad allora, all'interno di uno sperimentalismo eterogeneo ed esuberante. Tante infatti sono state le esperienze, artistiche, musicali e personali, che mi hanno portato fin qui. Il primo banco di prova è stato naturalmente il Liceo artistico Sacro Cuore a Padova dove, grazie all'insegnamento appassionato e coinvolgente di taluni professori, ho compreso che quella dell'artista era per me la vocazione della vita.

Surrealismo, dadaismo, simbolismo e pop art sono stati in seguito il terreno su cui ho costruito la mia visione artistica. Il caos, il caso, il potere creativo lasciato ad agenti esterni all'autore dell'opera, la spontaneità caotica della produzione attraverso l'uso di materiali anche non convenzionali, i paesaggi surreali e il movimento infinito di Mirò sono state le teorie che più mi hanno affascinato e influenzato negli anni di studio al DAMS di Bologna. Da qui la nascita di alcune serie nelle quali l'opera contemplava caotici miscugli di elementi eterogenei che si univano in insiemi compatti cui venivano applicati regole e metodi costruttivi complessi. Nello stesso periodo, sotto l'influsso delle composizioni di John Cage, sperimentavo pure la pittura a tempo, in cui le possibili combinazioni di materiali e di colori dovevano succedersi in un determinato lasso di tempo, tempo che generava una sorta di momento artistico di per se stesso.

Negli anni successivi ho iniziato però a sentire il bisogno di introdurre elementi più spiccatamente figurativi, arrivando ad una vera e propria fusione di astratto nel figurativo, in un'estetica dettata da regole personali e soggettive. A questo fine mi sono cimentato in varie tecniche di miscelazione dei colori primari e complementari che, prendendo spunto dal divisionismo, sfociano nell'attuale creazione di sfumature mediante sovrapposizione e successiva rimozione di strati di colore. Inoltre la scelta di materiali inusuali mi ha portato alla creazione di opere che fuoriescono dal piano della tela e investono il piano dell'osservatore, con una tridimensionalità che invade prepotentemente lo spazio e afferma la propria esistenza indipendente. Questa sperimentazione trova ora la sua più completa espressione con l'applicazione di lastre di policarbonato alla tela, lastre che 'lavoro' plasticamente.

Numerose sono state comunque le fasi attraverso cui si è esplicata questa mia ricerca, fasi ispirate ora all'arte sacra medievale, ora al collage o alla fotografia e alla computer-art. Le opere odierne sgorgano quindi da una lunga e intima rielaborazione di svariate influenze artistiche: i paesaggi urbani sono trasfigurati e allontanati dal piano del reale attraverso la manipolazione di forme e di colori, in quella che diventa una visione surreale, fantastica e vivida del mondo creato dall'uomo.

La sovrapposizione di molteplici strati sia di colore sia di materia, corrisponde ai molteplici strati di cui e composta la realtà stessa e i suoi elementi sono combinati secondo invisibili ma ferree regole, fissate di volta in volta per ottenere un complesso 'organico' che diventi artisticamente espressivo ed autonomo. La presenza della terza dimensione, il divertimento nell'assemblare, nel sovrapporre, combinare e dividere i vari elementi della realtà è ciò che mi riporta al mio essere bambino, alla gioia e allo stupore meraviglioso e meravigliato che provavo nello scoprire il mondo che mi circondava. Proprio da un bimbo in effetti proviene il titolo delle mie opere, un bimbo che, un giorno in treno, sentii definire il vetro del finestrino da cui osservava il paesaggio come "aria dura". Ecco quindi la lastra di policarbonato come aria dura, come solidificazione di quell'io che si frappone tra noi e la realtà obiettiva e la trasforma.

Ciò che spero si evinca dalle mie opere è lo sbalordimento per il mondo che ci circonda con le sue infinite possibilità di interpretazione e con la libertà di ricrearlo e reinventarlo che è propria dei bambini.

 

Pietro Dente